"La televisione uccide la realtà". Baudrillard

"La realta' e' stata sterminata e con essa e' scomparsa ogni illusione: la realizzazione totale del mondo, la fabbricazione di un mondo perfettamente identico a quello umano hanno provocato la fine del nostro mondo imperfetto. La televisione? Certo e' stata un complice importante di questo delitto. Proponendoci un raddoppiamento del mondo, i media offrono un' immagine che sempre piu' fa a meno di ogni riferimento al reale, un' immagine di sintesi che ha preso il sopravvento sulla realta' stessa. Non c' e' piu' dialettica, perche' l' immagine si presenta come universo autonomo senza negativita' . L' immagine riproduce immagini e basta, non e' piu' rappresentazione non ha piu' bisogno di un avvenimento reale per generarsi". Jean Baudrillard

giovedì 7 aprile 2011

Apocalisse in mare, caduta degli dei in terra. Un articolo di Camon.

Le prime pagine dei quotidiani stamane fanno un certo senso. Nel dipanare la quotidiana rassegna stampa per linkiesta mi sono reso conto che sulle prime pagine convivono oggi due notizie distanti tra loro, agli antipodi dell'esistenza umana: "L'apocalisse sulla rotta per l'Italia", come apre il Corriere della Sera, e "Generali, la caduta di Geronzi", come apre la Repubblica. Due mondi diversi, due universi paralleli, che convivono per poche ore soltanto perché sono accaduti nello stesso giorno. Un mondo è quello della disperazione, un altro è quello degli intrighi di potere. Avendo fatto il giornalista finanziario per anni dovrei appassionarmi di più ai retroscena della caduta di Cesare Geronzi, il banchiere più potente degli ultimi decenni dopo Enrico Cuccia. L'uomo che salvò Silvio Berlusconi da un micidiale crack, l'uomo che ha finanziato indistintamente tutta la stampa italiana, l'uomo che conosce fatti e misfatti del potere economico finanziario italiano. Ma spulciando tra i quotidiani sono rimasto invece colpito dall'altro pianeta, quello della disperazione, e da un commento che sulla Stampa viene fatto da Ferdinando Camon, di cui mi permetto di proporvi alcuni stralci.
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Ora sappiamo la «verità» sull’immigrazione. Credevamo di saperla anche prima, ma era una bugia.
Finora la verità erano le migliaia di immigrati che s’accumulavano a Lampedusa, tanti da superare gli abitanti dell’isola, il loro bisogno di tutto («sono miserabili»), le loro pretese («sono intrattabili»), le loro rampicate su per le reti di recinzione, fino a scavalcarle e scappare per i campi, vanamente inseguiti dalla polizia a piedi o a cavallo, come nei film tra California e Messico.
Quella non era la verità, era un’apparenza. Perché faceva credere a noi e a tutta l’Europa che arrivasse un’umanità pericolosa e non integrabile, una minaccia per il decoro del nostro benessere. Scattava l’istinto di tenerli alla larga. Era l’istinto di conservazione, tanto più forte quanto più alto è il benessere da conservare. Questa strage di circa duecento uomini, donne e bambini, annegati in un crudele gioco di su e giù sulle onde di tre metri, ci butta in faccia una verità brutale che i nostri cervelli e i nostri nervi, intorpiditi dalla civiltà borghese nella quale siamo nati e nella quale moriremo, non ci permette più di cogliere. Ci metteremo giorni a capirla un po’, a ogni tg capiremo qualcosa di più. Non capiremo mai tutto, perché i tg evitano di spaventarci, di farci del male. E la strage fa male. Solo sapere che è avvenuta e che può ripetersi turba la nostra vita, non ci permette più di vivere come prima. Ora sappiamo che non scappano da una vita misera. Scappano dalla morte, e attraversano la morte pur di scappare.
Se la vis a tergo fosse un miglioramento della vita, non potrebbe spingerli per giorni e notti, farli navigare senza direzione, mal guidati da qualche rudimentale strumento che fa della loro navigazione un lungo tuffo nel buio fra acqua e cielo. Spesso il motore si rompe, manca l’acqua, e loro si mettono a pregare, singolarmente o in coro. È la «morte lenta», che può durare anche giorni e giorni. Fino a diventare indefinibile: in qualche salvataggio si scopriva che a bordo c’era qualcuno già morto da tempo, che i vivi non avevano le forze per sollevarlo oltre la sponda. Altre volte dai racconti si poteva dedurre che qualcuno era stato buttato fuori della barca senza la certezza che fosse morto".

p.s. A proposito della ecatombe in mare il vignettista Vauro in pochi tratti è di un'eloquenza terribile. Sulla prima pagina del manifesto disegna un mare in cui affogano bambini e adulti, uomini e donne. E sotto la scritta Fora dai ball.

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